Spettri

Spettri

Ibsen l’avevo studiato ai tempi del Liceo. Beh, diciamo che studiato è una parola un po’ grande: nel programma di lettere vi era anche un piccolo spazio dedicato al teatro, e tra i diversi autori citati ai tempi Ibsen è stato uno di quelli che mi era rimasto in mente, e che da allora periodicamente mi ripromettevo di approfondire.
E’ stato una bella sorpresa scoprire che proprio in questi giorni al Teatro Out Off di via Mac Mahon a Milano è in scena una delle più importanti opere di Ibsen, "Spettri", nella regia di Lorenzo Loris.
Il teatro stesso merita a prescindere, in quanto, a parer mio, per la sua conformazioni permette di godersi davvero la rappresentazione: non c’è palcoscenico, o meglio, il palcoscenico è costituito da un tappeto alla stessa altezza della prima (delle otto in totale) file di poltrone, per cui chi siede in prima fila (come nel mio caso, è senza nessuna particolare procedura o organizzazione, avendo comprato i biglietti una quarantina di minuti prima dell’inizio dello spettacolo), si trova spesso a essere a neanche due metri di distanza dagli attori.
I personaggi che animano l’opera sono cinque in tutto, e mai più di due o tre in scena contemporaneamente, ciò, aggiunto alla scenografia minimale e poco invadente, permette di concentrarsi completamente sulla recitazione degli attori. Non sono un esperto di teatro, anzi, ma credo che le parti proposte da questo testo fossero tutt’altro che facili da interpretare; ho ammirato sopratutto Osvald, il figlio ritrovato e subito perso, impersonato da Mario Sala, e la di lui madre, la signora Alving, riportata in vita da Elena Callegari: entrambi i personaggi sono caratterizzati da una pesante situazione mentale, portatore di una tara ereditaria Osvald, annientata da una vita di infelicità la signora Alving, ed entrambi gli attori sono riusciti nell’intento del rendere al meglio questo profondissimo disagio.
E poi il testo di Ibsen, scritto oltre un secolo fa, e ancora più che attuale, nel quale si ritrovano i drammi ancora oggi alla base di moltissime infelicità: i nascosti fallimenti familiari, l’ipocrisia, le illusioni e i sogni infranti. Le speranze crollano a una a una, l’idea di un asilo benefico a salvaguardare la memoria del ciambellano finisce in fiamme,  il sogno di un amore per Regine e Osvald si scontra con lo spettro di un incesto, la speranza di riavere il proprio figlio perduto, covata per anni dalla signora Alving, muore insieme a lui, ucciso da un crisi del suo male ereditario, nell’ultima drammatica scena dell’opera: Osvald regredisce fino a tornare bambino, e come un bambino si rifugia nudo e inerme tra le braccia della madre, pronta a qualsiasi cosa per proteggerlo e farlo felice; ma anche questa è un’illusione, e nella vana e inesaudibile richiesta di un po’ di sole, esala l’ultimo respiro, e la madre si ritrova a stringere solo un cadavere.

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